A giugno è uscito  No Place In Heaven , quarto album di Michael Penniman, meglio noto come Mika. Un disco più intenso, di rottura rispetto al precedente The Origin of Love, in quanto più trasparente, più personale e schietto. Per il cantante anglo-libanese – divenuto una star in Italia grazie anche alla sua partecipazione a X Factor nelle vesti di giudice – lavorare a questo album è stato quasi un percorso di purificazione, una specie di liberazione da quel senso di vergogna che si prova nell’esporsi parlando di se stessi e della propria omosessualità. Dopo il coming out nel 2012, Mika, che ormai parla un buon italiano, è diventato un simbolo nella lotta contro l’omofobia: lo scorso agosto, dopo l’apparizione di scritte offensive sul manifesto del suo concerto a Firenze, ha deciso di ribattere attraverso i social network , ricevendo l’appoggio dei fan e non solo.
No Place In Heaven riflette quel senso di vulnerabilità che si prova quando ci si mostra agli altri senza maschere e scudi protettivi, e Michael lo fa dando vita a dei brani pop, immediati, ma decisamente più ricercati se paragonati a quelli passati, sia da un punto di vista tecnico che per quanto riguarda i testi. Le sue nuove canzoni esprimono un mix di gioia e malinconia, alternando melodie pop e dance ad altre più riflessive ed intimiste.
Il disco si apre con Talk About You, basso pulsante e ritmica sostenuta, che racconta un amore capace di superare i pregiudizi sociali; in All She Wants, Mika , senza girarci intorno, ci parla di come la madre, un tempo, non riuscisse ad accettare, sentendosi in imbarazzo, un figlio dagli atteggiamenti sempre fuori dalle righe e bizzarri; l’atmosfera viene però smorzata dal ritmo goliardico del brano e dai coretti sixties. Uno dei pezzi migliori dell’album è sicuramente la malinconica Good Guys, in cui avvertiamo l’influenza di Rufus Wainwright, tra l’altro, citato nello stesso brano insieme agli altri miti di Mika, tra cui Rimbaud, Bowie e Warhol. Last party è una ballata toccante ed emozionante dedicata a Freddie Mercury, mentre  No Place In Heaven è una specie di preghiera in cui il protagonista, rivolgendosi a Dio, in realtà, punta direttamente alla Chiesa chiedendo di essere accettato anche se omosessuale. I cori giocano un ruolo importante in quest’ultima fatica dell’artista di Beirut: solidi e compatti, ma anche ironici, in Oh Girl You’re The Devil e in Promiseland, mentre si vestono da musical in Rio. Se Good Wife racconta la storia di un amico lasciato dalla moglie con un figlio piccolo a carico, Staring At The Sun si presenta come una perfetta hit estiva, mentre Hurts, Porcelain e Ordinary Man, sono delle ballate che nascono direttamente dal cuore del pianoforte. L’amour Fait Ce Qui’il Veut, Les Baisers Perdus, J’ai Pas Envie e Boum Boum Boum, sono, invece, le canzoni che Mika interpreta in francese, lingua che conosce molto bene e che, come ha affermato in un’intervista, lo ha aiutato ad imparare l’italiano più facilmente.
In No Place In Heaven il nostro Michael dice di essersi ispirato al primo Elton John, a Billy Joel, Todd Rundgren e Carole King; il disco non ha grosse pretese, ma bisogna ammettere , però, che è ben fatto e a chi non fosse d’accordo sulla qualità del suo operato è lo stesso Mika a rispondere: “Io non cerco uno spazio in Paradiso. Se ci sarà, bene. Se non ci sarà, bene lo stesso, mi accontenterò di stare dove sto e di essere quel che sono”.
 
Laura De Angelis
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