Lo scorso maggio è uscito Pereira, ultima fatica di Federico Cimini, cantautore calabrese che, nel 2013, ha raccolto gli entusiasmi del pubblico e della critica con L’importanza di chiamarsi Michele.
 
Il titolo del tuo ultimo album ci rimanda al romanzo di Antonio Tabucchi: parlaci del perché di questa scelta e delle connessioni, se ci sono, tra le tue canzoni e Sostiene Pereira
Antonio Tabucchi ha voluto “giocare” con l’insicurezza di un personaggio come Pereira per far passare il messaggio che nella vita i sentimenti, le emozioni, contano e a volte bisogna fidarsi di essi. Sostiene Pereira è un romanzo di formazione, in cui il protagonista , legato inizialmente alla sua cultura e al suo lavoro di redattore giornalistico, cambia radicalmente vita: prendendo consapevolezza del periodo storico in cui si trova (il Portogallo del 1938), decide di seguire “le ragioni del cuore”, uscendo dai suoi schemi in favore di ciò che, sino a quel momento, gli era sembrato “giusto”. Mentre leggevo questo libro anche io mi trovavo in un periodo particolare della mia vita, una fase in cui  i miei schemi stavano saltando. Mi sono immedesimato molto nel protagonista e ho deciso di omaggiarlo. In particolare, la canzone Pereira è piena di parallelismi tra il libro e le mie più recenti storie sentimentali.
Anche L’importanza di chiamarsi Michele, ha, nel titolo, un chiaro rimando letterario, in questo caso ad Oscar Wilde. C’è più Letteratura o realtà nei tuoi brani?
In fin dei conti c’è solo realtà. La letteratura è una maschera. Le storie che racconto sono delle maschere e i personaggi di cui parlo sono i miei alter ego. Anche quando scrivo canzoni che sono frutto di pura fantasia, sotto sotto c’è qualcosa di vero e, forse, personale. Ogni canzone nasconde qualche mio piccolo segreto, spesso impercettibile all’ascoltatore e che io tengo per me. Qualcuno dice che è difficile trovare il chiaro significato dei miei brani; questo mi fa ridere tanto, perché forse ho colto nel segno. A volte bisogna andare a fondo e diventare “complici” dei miei viaggi mentali. Comunque è colpa mia, lo ammetto.
Qual è l’ultimo libro che hai letto e che consiglieresti?
L’ultimo libro che ho letto (ma che non ho finito) è Il paese dei coppoloni di Vinicio Capossela. Secondo me è abbastanza trascinante, nonostante la lunghezza,soprattutto perché racconta la “realtà” paesana, che a me piace molto. Io sono originario di un paesino calabrese, mi ha sempre affascinato conoscere e interagire con i vari personaggi che  fanno parte di questo microcosmo. Mi danno molti spunti e mi fanno stare bene. Tornando al libro, lo consiglio a chi ha pazienza e a chi riesce ad ambientarsi con luoghi, flora, fauna, fumi e luci da sagra di paese.
Rispetto al disco precedente, cosa è cambiato e cosa, invece, è rimasto uguale nel tuo modo di concepire la musica?
Io sono uno di quelli che “sfrutta” la musica e le canzoni per lanciare messaggi di vario tipo. Non sono mai stato un gran musicista e non baso le mie canzoni sulla tecnica musicale, ma sulle sensazioni che mi evocano una melodia, un arrangiamento e tutto ciò che si lega ad un testo cercando di creare  un “ambiente” che sia il più vicino possibile a ciò che voglio dire in quel momento, anche se non voglio dire niente. Però la mia non è ignoranza, credo di avere le idee abbastanza chiare e la squadra di musicisti che collabora con me riesce a “tradurre” quello che ho in testa. Qualcosa sicuramente è cambiato: la “famiglia” è cresciuta e la mia fortuna è quella di aver lavorato al disco con le persone giuste. Adesso penso che il messaggio sia più chiaro, le canzoni arrivano meglio e le sento più “mie”.
Quali sono i generi e gli artisti , recenti e passati, da cui sei stato influenzato maggiormente?
Io ho sempre ascoltato di tutto. Sono un grande appassionato della cultura italiana, sono fan di Jannacci e della scuola milanese, ma anche di tutte le altre “scuole”. Mi piace anche la scena indipendente in cui mi ritrovo anche io, la sto scoprendo col tempo e devo dire che esistono realtà che apprezzo molto. Detto ciò, guardo anche il Festival di Sanremo e mi tengo informato, a volte, sui talent, non voglio dare un’impressione di me così intellettualoide, non mi appartiene. Come generi, invece, ascolto di tutto, persino la musica classica (mi piace un po’ meno il jazz).
Due camei originali ed imperdibili con gli amici Simone Cristicchi e Kutso, raccontaci come è andata
Mi sono divertito un sacco perché ho chiesto ai due ospiti di non fare un classico cameo “cantato”, ma di fare altro: con Simone ci siamo divertiti a registrare un discorso, vero e improvvisato, che c’è stato tra me e lui durante una serata trascorsa insieme a Bologna, mentre ai Kutso ho chiesto semplicemente di ascoltare “Bruno l’erede di Pino” una sola volta e di incidere un loro commento a caldo. Questi esperimenti poco seri mi piacciono sempre tanto!
Laura De Angelis
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