Spesso il nostro Paese viene collegato ad eventi negativi, nonostante il made in Italy ci renda noti nel mondo grazie a tantissimi talenti. Proprio di recente l’Italia ha riportato una nuova conquista, il mastering musicale! Sono orgogliosa di avere incontrato uno di quei personaggi che possono considerarsi delle vere e proprie eccellenze italiane. Per la prima volta nella storia della discografia mondiale, infatti una band internazionale ha scelto l’Italia per il mastering di un proprio album. “Drones”, ultimo lavoro dei Muse, porta infatti la firma del sound taylor Giovanni Versari e dello studio “La Maestà” di Tredozio (FC).
Il mastering mi ha sempre affascinata, conoscerne i segreti e poter curiosare dietro le quinte degli album era qualcosa che avevo in mente da un po’, quindi non appena mi si è presentata l’opportunità di poter parlare con il nostro rappresentante più prestigioso, non me lo sono fatto ripetere due volte.
Qui di seguito l’interessantissima conversazione che ho avuto con Giovanni Versari.
Ami definirti un “Sound Taylor”, puoi spiegare ai profani in cosa consiste il tuo lavoro?
Un “Sound Taylor” è una figura che in realtà non esiste e che ho inventato io. E’ una figura che fa un mastering, quindi è un tecnico audio che si occupa di mastering. Nello specifico, l’ho definito sound taylor, perchè il vestito che vado a cercare di costruire nel mio ruolo di mastering in genere corrisponde al concetto di “confezionato su misura”; in questo senso il sound taylor è una persona che fa un mastering e un lavoro su misura e non in maniera industriale. Tendenzialmente dovrebbe essere sempre così nel mio lavoro.
Com’è nata la tua passione per la musica?
Quando ero ragazzino, sin da piccolissimo, ho avuto sempre la passione per la musica; ho studiato, ho iniziato a seguire concerti, ho iniziato ad andare in giro per il mondo a seguire artisti e poi quando ho iniziato il percorso universitario, ho deciso di fare questo di professione. Ho studiato per fare il fonico, poi ho fatto l’assistente in studi di registrazione, ma mi sono reso conto che il fonico di mix non rispecchiava il mio modo di sentire la musica. In quegli anni, nei primissimi anni ’90, non esisteva in Italia un percorso di mastering, la figura del mastering, quindi me la sono inventata. 
Hai realizzato il mastering del nuovo album dei Muse, “Drones”. E’ la prima volta che una band del loro calibro sceglie uno studio in Italia. Com’è nata questa collaborazione e cosa hai provato una volta appresa la notizia?
Beh, diciamo che sono stato molto contento. La notizia non l’ho appresa da un giorno all’altro, in realtà c’è stato un contatto con loro che c’era già da tempo; hanno deciso di provare anche il mio suono, il mio lavoro. Durante la fase finale hanno deciso di testare un po’ di studi a cui loro erano interessati e tra questi anche il mio; alla fine di questi test hanno deciso di lavorare con me. Quindi la notizia non l’ho avuta così, si è concretizzata man mano. Ovviamente sono stato molto contento ed orgoglioso di questa cosa, non avevo niente da perdere, io l’ho fatto dicendomi “chissà se sceglieranno me”, e alla fine hanno scelto proprio me ed è stato davvero molto interessante.
Com’è stato lavorare insieme a loro? Che tipi sono i Muse?
Io non ho lavorato direttamente con loro, ho lavorato a distanza con loro. Non ho avuto modo, se non via Skype o via mail, di interfacciarmi più di tanto con loro. In realtà li ho conosciuti semplicemente adesso a Roma, perchè sono andato al loro concerto. Mi hanno invitato, volevano conoscermi e quindi ci siamo conosciuti un po’ meglio lì. Sono come me li aspettavo, sono delle persone ovviamente in questo momento molto famose, ma molto semplici e molto alla mano e che sono molto, molto concentrate sul loro percorso e sul loro lavoro; quindi anche durante la lavorazione a distanza questa cosa traspariva, cioè il fatto che loro fossero fino all’ultimo alla ricerca non dico della perfezione, ma di quella che per loro era la perfezione, quello che era il loro risultato migliore. Fino all’ultimo loro non hanno staccato mai la spina e sono stati molto concentrati sul risultato finale. Quindi fino all’ultimo momento abbiamo fatto modifiche o correzioni, o loro hanno fatto correzioni ai loro mix, realizzati precedentemente. E’ stato un crescendo di creatività fino all’ultimo minuto.
Che tipo di  lavoro hai svolto sull’album e di cosa vai più fiero?
Difficile spiegare a parole il mio lavoro. Quello che faccio è valorizzare al meglio un lavoro di mesi di un team di persone, che sono sia loro come musicisti, sia tutti i fonici, gli assistenti che hanno lavorato al progetto, ecc. Una persona che fa mastering deve saper ascoltare questo lavoro e esaltarne le caratteristiche positive, portandole nella direzione nella quale già era evidente che la band stesse andando. Ad un profano, sentire il prima e il dopo, potrebbe dare un’impressione di un grande cambiamento, in realtà è un cambiamento nel rispetto di quella che era la direzione del lavoro già svolto. Quindi diciamo che loro stavano cercando di fare un disco molto rock, con una componente pop e commerciale e credo che ci siamo riusciti; credo che nella finalizzazione questo aspetto sia stato ancora di più esaltato e portato a compimento, cioè quello di fare un disco molto molto rock, ma che al contempo fosse abbastanza fruibile.
L’mp3 è il nemico peggiore di chi fa mastering?
L’mp3 secondo me è il peggior nemico di tutti gli ascoltatori con un po’ di orecchie buone. L’mp3 è un formato che penalizza e rende tutto un pochino più uguale. Ti faccio l’esempio di quell’estate in cui venne fuori la compressione dei dati, gli mp3, e ovviamente a quell’epoca i lettori portatili non erano così capienti come quelli di adesso; io trasferii gran parte della mia libreria in mp3, con l’intento di andare in vacanza e ascoltare tutta l’estate la mia musica. In realtà dopo quell’estate, quando sono tornato a casa, ho cancellato tutti gli mp3 che avevo inserito, perchè tutti i brani mi sembravano alla lunga uguali. L’mp3, secondo me, alla lunga ha la capacità di perdere le spigolature del suono; in realtà sembra simile, molto simile, e lo è, però si perdono delle sfumature che sono quelle che fanno la differenza tra un progetto e un altro. Si perdono quelle che possono essere le cose più spigolose, le frequenze che rendono la differenza e non stancano l’ascoltatore, perchè c’è una varietà di suono. Rendono tutto più simile, ovviamente un brano dei Muse, non è come quello di un artista di musica classica, però a livello di frequenze è tutto un po’ più smussato e meno vivo. Ecco, rendono meno viva la musica. Non è il mio nemico, in realtà ci convivo abbastanza bene.
Da ora in poi sarai sicuramente richiestissimo nel mondo. Qual è o quale sarà il tuo prossimo progetto?
Il mio prossimo progetto, che in realtà è già finito in questo momento, in Italia sono i Negramaro. E’ già chiuso ed uscirà a breve. Ho fatto qualcosa per gli Of Monsters and Man, il singolo che è appena uscito, non l’album, perchè lo avevano già lavorato altri. In programma ci sono anche le uscite de Il Teatro degli Orrori e dei Calibro 35, progetti abbastanza interessanti.
Grazie a questa intervista ho imparato tantissimo e spero di aver dissolto anche i vostri dubbi in materia di mastering. Prima di salutarci mi ha spiegato che la cosa principale del suo lavoro è quella di capire la direzione di un artista, non stravolgere, ma dare il tocco finale che valorizza al massimo il lavoro fatto fino a quel momento. Non deve cambiare tutto, deve portare al più alto livello possibile quello che era stato fatto fino a quel punto. 
Considerate che, esclusa l’Inghilterra, è il primo studio europeo che riesce a occuparsi di un lavoro di questa portata, quindi dobbiamo essere davvero fieri di avere nel nostro Paese persone come Giovanni Versari, che ci rendono appetibili in tutto il mondo.
Lo ringrazio davvero per il tempo che ci ha dedicato.
Egle Taccia
 
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