Teenage Riot sono un trio leccese nato nel 2010 che viaggia tra ritmi punk-rock. Sono attualmente impegnati nel tour “Scimmie astronauta” che li porterà in giro per la Puglia a far conoscere il loro primo lavoro discografico. Abbiamo fatto loro qualche domanda per conoscerli meglio e scoprire le radici della loro musica.
Il vostro nome riprende chiaramente un brano dei Sonic Youth ma anche il nome degli Atari Teenage Riot che sicuramente nascono dai primi. Siete cresciuti a pane e Sonic Youth o prendete le mosse dall’anarchica band berlinese? Dove sta la verità? A destra, sinistra o in mezzo?
“Decisamente Sonic Youth. Apprezziamo il lavoro degli Atari ma non si può dire che ci abbiano influenzato. Sicuramente abbiamo entrambi attinto dalla sorgente punk-noise new yorkese, ma noi, almeno per il momento, ci manteniamo su un impianto rock, poi chissà, ciò che conta è la rivolta”.
Qual è la vostra formazione musicale? Nel vostro lavoro si sente anche l’influenza dei Punkreas, è voluta?
“Direi di no. Non ci abbiamo mai pensato. Forse l’uso dell’italiano ci avvicina ad alcune band dello stivale, ma le coordinate musicali sono un po’ diverse. Abbiamo ascoltato e riascoltato per anni i dischi di Massimo Volume, CSI\CCCP, Il Teatro degli Orrori, De Andrè,  Afterhours, ma anche molte band d’oltreoceano, dai Pixies ai Don Caballero agli Shellac, ai Tool. Cerchiamo di non rimanere troppo su un’unica influenza, anche dal momento che componiamo in tre, e ognuno ha i suoi gusti e le sue idee, spesso differenti”.
Come sono nati i Teenage Riot ?
“La band nasce nel 2010 a Lecce dal semplice incontro di menti affini. In un territorio come il Salento spesso è difficile trovare persone con gli stessi interessi musicali, specie se lontani dal rock più classico. Suonavamo tutti in altri progetti all’epoca, ma una volta incontratici è stato facile capire che dovevamo suonare insieme. Così dopo svariati cambi stilistici e di line-up ecco qua i Teenage Riot”.
Chi scrive i testi? Quanto l’uno influenza gli altri e viceversa?
“Cristiano scrive la maggior parte dei testi, alcuni insieme a Stefano; poi questi vengono elaborati dalla band nel corso del tempo. Supportarci nelle idee che poi andranno a comporre il testo è fondamentale. Anche  il passaggio dall’inglese all’italiano, avvenuto qualche anno fa, è stato voluto all’unanimità e affrontato insieme, suggerendoci idee e suggestioni”.
Perché una scimmia sulla luna? Rappresenta un’involuzione dell’uomo?
Più che il processo di involuzione, che in un certo senso forse stiamo davvero attraversando, la scimmia sulla luna rappresenta la situazione attuale dell’uomo paralizzato dall’era tecnologica. Non è difficile immedesimarsi in un essere semplice come una scimmia costretto suo malgrado a portare avanti la bandiera del progresso. Un progresso a cui però non può partecipare, vuoi perché isolato ed alienato su una terra fredda e desolata, vuoi perché sopravvalutato e lasciato indietro dal progresso stesso come recita la traccia omonima “Una scimmia sulla luna scimmia era e scimmia resta”.
Quanto è difficile, se lo è, adattare una musicalità chiaramente di ispirazione internazionale a cavallo tra anni ottanta e novanta ai testi in italiano? A mio parere ci siete riusciti bene.
“Come accennato prima è stata una scelta a cui dovevamo necessariamente arrivare per differenziarci dalle innumerevoli proposte in inglese e per comunicare con più forza con il pubblico. Ci siamo arrivati insieme ed è’ stata una bella sfida, che ci ha fatto rivalutare l’importanza di un buon testo e le infinite possibilità della lingua italiana, spesso snobata in ambito rock. Ci siamo dovuti dimenticare del sound anglofono a cui siamo sempre stati abituati, e che per forza di cose non può adattarsi con successo a un testo scritto in italiano. Per fortuna la vena letteraria non ci manca, né gli ottimi esempi di band italiane del passato e non, per cui è stato relativamente semplice fondere la scrittura che ci piace con la nostra musica…”
 
Federica Monello
 
 
 
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