Nati nel 2011, in quel di Milano, i Maudit registrano il loro primo lavoro presso Massive Arts Studios. Davide Carrone, Rino Cipollaro, Andrea Vernò e Jgor Ognibeni propongono una musica di reazione a quella che considerano una società “maledetta”, come suggerisce il nome stesso del progetto, che vuole piegare il pensiero e condizionare le scelte individuali. Maudit è il loro primo album omonimo. Un album robusto, aggressivo e decisamente sopra le righe. Ogni canzone è una lettera aperta a tutti e a nessuno: è una scusa, una confessione o una disperata richiesta di aiuto.
Qui la loro intervista!
Come mai la scelta del nome Maudit? E’ un riferimento esplicito alla canzone dei Litfiba dell ‘album Terremoto?
Ovviamente ci siamo liberamente ispirati anche alla rock band fiorentina. Eravamo alla ricerca di un nome che si adattasse allo stile dei nostri testi. Durante un furioso brainstorming ci siamo messi ad ascoltare tutto quello che ci passava sotto le mani, nuovo o vecchio che fosse, e il nome Maudit ci è uscito quasi per scherzo, proprio mentre alla radio passava l’omonimo brano della band di Pelù. Un segno del destino! Oltretutto il testo del brano cita: intrighi, poteri forti, cospirazioni e lancia un richiamo fortissimo al Maledettismo, manifestazione del degrado della civiltà in cui viviamo.
Juliet è il lato oscuro di ognuno di noi. Come mai la scelta di un nome proprio come titolo di un brano così riflessivo?
Ogni nostra canzone è una lettera aperta a tutti e a nessuno: è una scusa, una confessione o una disperata richiesta d’aiuto. Raccontare una storia, o una favola, riesce a trasmette emozioni e colori in modo semplice e diretto. Juliet è la storia di un uomo e una donna, è l’illusione che si accompagna alla femminilità, ed è allo stesso tempo una metafora. Juliet è un destino tragico, di sapore shakespeariano. E’ la dipendenza che fa parte del nostro quotidiano, e passa dalla mania più lieve, la visione compulsiva di serie tv ed uso dei social network fino ad arrivare ai lati, per l’appunto, più oscuri della nostra società. Alcool, droga e gioco d’azzardo sono paradossalmente gli esempi più evidenti dell’intrinseca fragilità di questo sistema. Abbiamo voluto richiamarli nel video della canzone attraverso veloci fotogrammi per stabilire un parallelismo tra come la dipendenza entri istantaneamente nel nostro vivere e di come tracci in verità, sul lungo periodo, segni indelebili.
Che rapporto avete con le vostre influenze musicali a livello creativo?
Come ogni band che si rispetti, amiamo pensare che anche la nostra realtà sia formata da individui con una propria personalità, gusti, vita, esperienza.
Nessuno di noi ha mai sentito quindi l’esigenza di raccogliere intorno a sè solamente persone “conformate” ad una linea musicale o di pensiero esclusiva.
Certo, siamo tutti armoniosamente concordanti riguardo ad una comune direzione a cui tendere, musicalmente parlando, che è il rock. Il faro che ci guida nelle lunghe traversate compositive è quello dell’headbanging. Se durante un pezzo cioè non scatta ad un certo punto la voglia di gettare tutto per aria e inziare a urlare / pogare / picchiare / piangere / cantare, allora non è un pezzo rock per noi degno, e va cambiato. Fino a che rimangono nell’aria solo le mani, le urla e le corna alzate \m/
Nei nostri brani si può a volte percepire quali sono le influenze che hanno determinato il nostro sound sanguigno ma affilato. A titolo di mero esempio: “Carro”, cantante e sul palco leader della band, oltre al rock, adora la musica leggera e il pop oltre a dilettarsi spesso nell’arte del “busking” stradaoiolo, invece Rino (chitarra solista) è sempre stato attratto da gruppi hard rock classici o moderni. Verno e Jgor, infine, rispettivamente bassista e batterista, provengono da scene abbastanza estreme, quali punk hard core/crust e metal lanciatissimo. Siamo un coacervo di tutto questo, dove le linee di demarcazione non sono mai tracciate definitivamente. E’ un elemento che ci contraddistingue e fa si che, pur originando un suono unitario e una linea comune, riescano sempre a emergere le peculiarità artistiche di ognuno, e di questo siamo orgogliosi.
Come mai avete scelto di intitolare anche il disco Maudit?
Abbiamo voluto presentarci ai nostri ascoltatori personalmente, senza intermediazioni, offrendoci con la massima spontaneità, un elemento che pensiamo sia caratterizzante del nostro stile e cioè senza fronzoli, diretto, sincero.E’ poi una usanza antica, quasi rituale, quella di intitolare il primo lavoro “serio” con il proprio nome: alla fin fine è il primo biglietto da visita che si porge al mondo, non ci si può permettere di fare i gradassi e sparare troppo “alto” con artwork e titoli troppo altisonanti. Si rischia di fare una gran figura da… cioccolatai.
Come mai la scelta dei singoli Tempi migliori e Juliet .
La scelta è stata ardua: sebbene l’album duri circa mezzora e sia formato da 7 brani, c’è stata davvero una competizione serrata. Ogni brano è infatti di per sè molto “individuale”, anche se il collegamento con le restanti canzoni è chiaro. E’ dura scegliere, quando tutte le opzioni ti paiono valide! Tempi Migliori per noi ha un valore speciale. Nel 2012 abbiamo vinto un concorso per band emergenti che ci ha dato la possibilità di registrare un singolo ai Massive Arts Studios di Milano, ed è proprio il risultato di quella session che ci ha convito registrare un intero album da loro. Insomma, è stata una scelta naturale. Juliet, invece, ha una storia diversa, di maturazione, e ci è sembrata la scelta adatta anche a livello musicale per staccare dal primo singolo.
In Juliet che significato date alla frase “una lenta goccia che continua piano piano a uccidere”?
Si tratta di una immagine simbolica che si riferisce all’eroina. Attraverso una siringa, goccia a goccia, la droga entra in circolo e ti trascina in un voluttuoso abbraccio tra il piacere e il freddo di un baratro, profondissimo, che è la dipendenza. Ascoltate Sangue Impazzito dei Timoria e capirete da dove abbiamo preso ispirazione.
Marco Apri
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