Il 21 aprile è uscito l’album “A sud di nessun nord” di Antonio Pignatiello, cantautore dalla personalità affascinante. Poetico, le sue risposte spiazzano! Quando ho ascoltato il suo nuovo lavoro ho subito pensato al grande Vinicio Capossela. Non a caso l’album si nutre della collaborazione di Taketo Gohara (produttore e ingegnere del suono di Capossela). Lui ama definirsi “scrittore ed eclettico cantastorie notturno dei viaggiatori in cerca di fortuna”. Qualche tempo fa ho avuto il piacere di intervistarlo per voi. Scoprite cosa mi ha raccontato!
E’ uscito il 21 aprile “ A sud di nessun nord” il tuo secondo album di inediti. Ci racconti come è nato e si è sviluppato questo progetto?
 Io e Giuliano Valori siamo partiti con a bordo un “piccolo studio mobile” per andare alla ricerca di storie e luoghi perduti dove echeggiano “chitarre di frontiera”, pianoforti polverosi e vecchie milonghe popolate dai fantasmi delle musiche di Atahualpa, l’etimologia significa esattamente colui che “Viene da terre lontane per raccontar qualcosa” (Ata: “viene”; Ku: “da lontano”; Alpa: “terra”; Yupanqui: “racconterai”, “devi raccontare”). L’idea che c’è alla base è quella di condividere la strada e la vita attraverso la musica. Alla fine controlli che il disco abbia gli stivali lucidati e i pantaloni ben stirati quando sta per uscire.
Il brano Cantico di Orfeo si ispira alla rilettura del mito di Orfeo di Cesare Pavese. E’ una rilettura per certi versi moderna, che sembra tracciare una linea di separazione netta con il passato. Ti trovi d’accordo con questa rivisitazione del mito?
“Mito” etimologicamente deriva dal greco mythos, parola, narrazione, racconto.  Ho condiviso la rilettura di Pavese (“Dialoghi con Leucò”): Orfeo si volta a guardare Euridice per l’ultima volta perché si rende conto che quella “stagione felice” che hanno vissuto insieme non potrà più tornare; non basta riportarla in vita, l’inferno li ha cambiati. Entrambi. Ecco che la scelta si fa consapevole, e l’uomo si mostra per quello che è.
L’album è stato realizzato durante un lungo viaggio con un amico, “on the road “. Immagino siano tanti i ricordi e le emozioni, ci racconti qualche episodio particolare?
Molte storie e ricordi si sono nascosti nel taschino sinistro della mia giacca, quello più vicino al cuore. Stiamo risalendo la Puglia diretti a San Severo per registrare le chitarre di Luigi Pistillo. Giuliano al volante, la radio accesa, Chet Baker al flicorno. Il paesaggio in pieno agosto è desertico, a tratti ricorda la Sardegna, la Spagna…il Sud America. Apparve così un’oasi nel deserto, una casa di campagna circondata da orti e frutteti. Avvisato dall’abbaiare dei cani, maremmani bianchi, un signore si affacciò alla porta. Fece cenno di avvicinarci, e ci invitò a bere un bicchiere di vino. Il padrone di casa ci servì del formaggio che aveva preparato lui stesso. Viveva con sua moglie, con i suoi cani, le sue pecore e il suo orto. Il suo volto aveva centinaia di solchi, ma conservava un sorriso che pacificava. Gli raccontammo del viaggio.
Ah, i viaggi! Ne ho fatti tanti. Vedete quella donna appesa al muro? Si chiama Maria, oggi è il suo compleanno. E’ di New Orleans, ci siamo conosciuti lì nel 1943.
Esteban era nato a Monterrey, Mexico, nel 1928. Suonava la tromba con un gruppo mariachi, poi scoprì il jazz e decise di spostarsi a New Orleans. Maria la conobbe in un locale. Lei faceva la cameriera. Insieme avevano costruito quella casa, avevano avuto figli che ormai vivevano in America e che non vedevano da molti anni. Mi azzardai a chiedere cosa ci facessero adesso in Puglia. Il desiderio di viaggiare, disse. Il jazz è especial. Anche le trombe mariachi, amigo. Ti portano verso mondi lontani, ti fanno capire cosa cerchiamo veramente in questa vita.
Accese un sigaro, ne offrì uno a me e uno a Giuliano. Si alzò per prendere un vinile di musica mariachi, caricò un vecchio grammofono, e lo fece partire. Ascoltammo in silenzio. Poi brindammo nuovamente al compleanno di Maria, che apparve all’improvviso con delle focacce calde. Ci guardammo negli occhi con Giuliano, sembrava di essere finiti come per incanto in una vecchia pellicola cinematografica. Ringraziammo Esteban e Maria per l’ospitalità. Poi facemmo un altro brindisi alla vita, Giuliano prese il cellulare e, prima che potesse comporre il numero, Esteban aggiunse, col suo strano accento misto al pugliese, “Il telefono è un pensiero, amigo”.  Sorridemmo. Ci stringemmo la mano. Ci offrì due sigari per il viaggio, e un suo vecchio vinile di musica mariachi che lo ritraeva in posa con tutti gli altri trombettisti.  “Bye Bye”…
Un album che deve molto alla letteratura e al mito. Ti va di consigliare qualche libro, che ha segnato particolarmente il tuo cammino, ai lettori di Urbanweek?
John Fante tutto, Henry Charles Bukowski tutto, Dialoghi con Leucò di Cesare Pavese, Antonio Tabucchi tutto, Omero tutto, “Il Vecchio che leggeva romanzi d’amore” di Luis Sepùlveda e non solo, “Lezioni Americane”, “Le città invisibili” e molto altro di Italo Calvino, Alda Merini, “Fame” di Hamsun, “I vagabondi del Dharma” di Jack Kerouac, “Canto di Natale” di Charles Dickens, “Antologia di Spoon River” di Edgar Lee Masters, “Chi è senza peccato non ha un cazzo da raccontare” di Vincenzo Costantino, “Scritti Corsari” di Pier Paolo Pasolini, Giacomo Leopardi tutto. Lo spazio è poco…mi fermo qui.
Un tuffo nel passato. C’è stato un momento preciso nel quale hai realizzato che la scrittura e la musica sarebbero stati il tuo “mestiere di vivere”?
C’è “La luna e i falò”, c’è il mestiere di scrivere che si fa coraggio per divenire “mestiere di vivere”. In altre parole: devi avere fortuna con le canzoni, come con le donne, perché le incontri casualmente. Se giri a sinistra ne incontri una, se giri a destra ne incontri un’altra. L’amore, come la vita, è una specie di incidente. Ci si incontra e ci si conosce. Se sei fortunato, ti andrà abbastanza bene e continuerai la strada in buona compagnia. Se non succede, allora significa che hai girato dalla parte sbagliata, o non hai cercato bene, oppure la fortuna ha scommesso su un altro.
La musica e le nuove generazioni..cosa ne pensi a riguardo? Qualche giovane artista da valorizzare che ti ha colpito?
Siamo sommersi dalla quantità, l’ascolto s’è fatto “liquido” e precario, per citare Bauman, come i rapporti che viviamo. Bisognerebbe fare una riflessione, guardare ai grandi maestri, raccogliere i loro insegnamenti e farli propri. Sono sicuro che, scavando oltre quello che ci viene propinato quotidianamente da certi programmi che si sono piegati al potere e che stanno omologando chi li guarda e li ascolta, qualcosa c’è. Bisogna creare spazi dove far passare queste storie e queste musiche diverse da tutte le altre. C’è bisogno di una forte coscienza critica. Non ci resta che proseguire il cammino e stare a vedere cosa accadrà.
I prossimi progetti?
 Un viaggio sul treno delle nuvole per arrivare fino alla terra del fuoco. Partirò con una rete adatta a raccogliere i fantasmi di Butch Cassidy e gli spari dello sceriffo Martin Sheffields: una vecchia macchina fotografica e un taccuino su cui appuntarmi le loro storie. Ho un po’ di idee per i nuovi lavori a venire: Irlanda, Portogallo, California. Non appena partiranno i cavalli, deciderò quello su cui scommettere.
 
Simona Bascetta
 
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