Abbiamo incontrato Emanuele Barbati, cantautore tarantino, il giorno dell’uscita del suo ultimo lavoro Sfumature vol. 1 anticipato dal singolo Ecco arriva il sole che tra le sonorità fresche e le immagini estive e solari del video, ci fa pregustare l’estate anticipata di un Maggio caldissimo.
Emanuele parla in modo pacato, calmo; si illumina quando parla del mare, della sua Taranto, del suo impegno ambientalista e umanitario, e da un’intervista, l’incontro si trasforma in un bel dialogo in cui lui racconta di sé ma racconta molto anche di tutti noi.
Nella maggior parte dei tuoi video c’è il mare. Quanto il mare (con tutto ciò che comporta -estate, sole, vacanze, ma anche la malinconia autunnale-) è importante per te, sia nella tua produzione artistica che nella tua vita privata?
Credo che sia l’elemento fondamentale per la mia vita ma anche per la mia ispirazione: abito praticamente a 3 km dal mare, è l’elemento a cui più mi affido; se sono stanco o sono felice vado al mare, sempre.
Lo uso come ispirazione nelle canzoni perché ci rientra per forza di cose: se vuoi fare delle canzoni sincere il contesto in cui vivi torna, devi essere aperto e farlo diventare una parte integrante della tua vita.
Inoltre pratico degli sport acquatici: faccio surf e, proprio come dicevi tu, il mare d’inverno è probabilmente il mare che più preferisco; non sono un tipo da mare a luglio e agosto ci sono tutti i turisti, mi infastidiscono tantissimo: la spiaggia diventa una bolgia, l’acqua è un brodo!
Il mare che preferisco è il mare col sole ma anche il mare a gennaio, quando in acqua non c’è nessuno e sembra tuo. O meglio, tu sembri del mare, perché il mare non appartiene a nessuno. Quindi sì, il mare è un elemento imprescindibile; faccio sempre molta fatica a stare in città dove non si vede l’acqua o dove si vedono montagne: ho proprio difficoltà a farmi bloccare l’orizzonte!
Questa cosa me la disse una volta anche un mio amico che abitava in una città di mare: “Come si fa a vivere in un posto da cui non si vede il mare?” è come se fosse un bisogno fisico, insomma, il mare come benzina per andare avanti e ripartire.
Eh, sì. Ma è una questione proprio di approccio: non ci puoi fare niente!
Io spesso, ma davvero spesso, vado a stare là anche 10 minuti: ho il mio posto preferito e sto lì che guardo, scrivo… Mi bastano anche 10 minuti però quando sto a casa vado tutti i giorni proprio perché mi da’ molta ispirazione: è una distesa piatta blu che però ha una sfumatura, ritornando al titolo del disco, che è sempre nuova.
Hai vissuto delle esperienze all’estero sia a San Framcisco che a Parigi, quali sono gli insegnamenti più importanti che hai imparato? C’è qualche episodio a cui sei particolarmente legato che vorresti raccontarci?
San Francisco è la città che mi ha colpito di più per l’approccio che hanno alla vita: è molto poco statunitense -dicono sia la più europea- ha questo approccio estremamente culturale a tutto, per un artista è una Mecca.
È la città della musica, un po’ come Los Angeles, per cui sono andato lì a vedere cosa succede; la prima volta sono stato 4 mesi per delle master class al conservatorio di San Francisco e poi per delle collaborazioni con delle etichette indipendenti perché avevo voglia di vedere come lavorano.
È molto difficile riportare la stessa esperienza nelle autoproduzioni in Italia: loro hanno questo approccio grande, come fanno gli americani di solito, e quindi anche i lavori autoprodotti partono già spinti. Tu pensa alla scena punk-rock statunitense: ha lanciato Green Day, Offspring,… loro sono partiti da etichette di Berkeley dove stampavano 500 vinili, stiamo parlando di nomi enormi ma che sono partiti così. Qui sarebbe impensabile.
In realtà il punk-rock è impensabile qui perché non ci appartiene proprio; ma anche nel pop, non ti porteranno mai a fare delle autoproduzioni con numeri esagerati.
Però è giusto andare, capire, prendere segreti e magari nel piccolo cercare di portare avanti la propria strada.
Invece una delle cose che mi ha colpito di Parigi è l’approccio al live: ho suonato in dei posti davvero molto belli in cui quando inizia il concerto non servono più da mangiare; qui mi è capitato molte volte di suonare in dei club anche molto carini, ma ad un certo punto nel mezzo della strofa senti “Di chi è la margherita?” e non è proprio il massimo! Mi ha colpito questa dignità del live, a Parigi non mi conosceva nessuno, figurati! Però ascoltavano.
 Quindi, in realtà, anche il pubblico è educato ad ascoltare in un modo diverso.
Sì, capita il contesto caciarone anche a Parigi però magari fai rock, alzi il volume e il problema si annulla.
Ho fatto alcuni acustici solo chitarra e voce e addirittura in uno dei locali ho suonato senza amplificazione: non ce n’era bisogno, è stata un’esperienza intima, molto partecipativa.
Quanto tempo sei stato a Parigi?
Una settimana, giusto per i live, ma ci tornerò a breve perché mi hanno richiamato.
 Allora in bocca al lupo!
Grazie!
Hai fatto altre esperienze come queste sia come live che nelle etichette?
Ho viaggiato un po’, mi piace molto girare, esplorare. Una cosa che faccio spessissimo è cercare i posti meno frequentati ed esclusi dai circuiti turistici, mi piace conoscere la città come se ci vivessi.
Milano, per esempio, è una di quelle città che adoro, mi piace tantissimo perché ha dei posti che nessuno conosce ma che sono bellissimi e che la rendono una città molto particolare; secondo me Milano va proprio riscoperta perché non è vero che è una brutta città. Ti consiglio un libro che si chiama 365 Milano e per ogni giorno ti indica un posto da andare a vedere, di solito sono posti che nessuno conosce; ma anche se te ne girassi 10, in realtà, la riscopriresti.
C’è anche un blog che si chiama Milano 365 ed è bellissimo!
Vieni dagli ambienti dello ska e del punk pugliese, da questa tua militanza sei passato al cantautorato solista; come mai questa evoluzione?
Ho militato (“È proprio la parola giusta!”) nella scena ska-punk pugliese 10 anni fa ed è durata almeno 5 anni, abbiamo fatto molte cose, anche dischi e compilation; ho suonato tantissimo in giro, non solo in Puglia. Abbiamo suonato tantissimo davvero!
Suonavamo soprattutto nei centri sociali e mi è servito molto perché ho suonato nei posti più assurdi, più orrendi però proprio con l’attitudine giusta verso il live; è un’esperienza che mi ha lasciato un forte senso di umiltà nell’ approccio a qualsiasi cosa: suono ovunque, mi piace quest’approccio non patinato alla musica, ed il punk-rock e lo ska sono così!
Ho fatto questo salto di genere perché ho sempre scritto ed ascoltato tante altre cose: il punk-rock mi ha folgorato perché c’era un approccio molto veloce nella scrittura e nella composizione: tre accordi e vai! Oppure il ritmo solare dello ska: SOL-DO-RE e ci scrivi 100 canzoni, le più grandi hit le puoi suonare con tre accordi!
Il passaggio di genere sembra uno stacco esagerato però io ho sempre fatto un po’ di qua un po’ di là, non mi sono mai trovato a dover decidere: in macchina ascolto ancora i Rancid oppure De Gregori! Ma sì, in Italia è molto più difficile.
Se qualcuno ascoltasse un disco di Ben Harper, qualsiasi disco, troverebbe dal punk rock al cantautorato, ma in Italia non la facciamo, abbiamo bisogno di essere e di rientrare nei generi e questa cosa è proprio triste.
Però ho sempre continuato ad ascoltare anche altre cose: mi piacevano molto i cantautori perché mia mamma e mio papà hanno sempre continuato ad ascoltare la musica degli anni 70.
A tal proposito, sul tuo sito hai scritto “mio padre ha insegnato a mia madre a suonare la chitarra e poi sono nato io” è una cosa bellissima, io sarei voluta nascere così!
Sì, (ride molto, ndr) è proprio così, è stato così!
Quando inizi a fare una cosa poi devi fare quella per sempre, se cambi è perché hai litigato con qualcuno; è come se fosse un tradimento, quasi; credo che una cosa bellissima che ha la musica, così come la scrittura, è proprio la compenetrazione: tu prendi cose di altri, ascolti, mescoli e poi fai una cosa nuova e un’ altra che non per forza è meno bella o meno dignitosa, no?
Qualcuno mi ha detto “Quindi c’è anche del reggae? strano!” ma come fa ad essere strano? Mi piace, non vedo perché non dovrei farlo.
Correggimi se sbaglio, ma una cosa che potrebbe succede quando passi dal punk-rock al cantautorato, che è più leggero e melodico, è come se appunto “ah, facevi punk rock e adesso che fai?”, poi soprattutto negli ambienti militanti è come se fossi proprio un traditore, no?
Me l’hanno anche detto! Se devi perdere la testa a spiegare a tutti cosa hai ascoltato, cosa hai fatto… È proprio un “Stai cercando di fare i soldi!” ma i soldi col pop non si fanno!
Secondo me l’importante è di essere integri con quello in cui si crede, poi basta.
Oggi è la data di uscita del nuovo disco, il singolo -che era già in radio- è stato presentato come una ri-partenza; quali sono i prossimi sviluppi del tuo progetto?
In realtà quando ho iniziato a scrivere pop, ho nascosto dietro quest’anima un po’ più leggera delle metafore più esistenziali. Non mi andava di fare il cantautore triste, oppure il cantautore impegnato per forza, sai quei circuiti “Eh, ma lui è un cantautore…” per cui se la menano un po’.
Ho cercato di fare il procedimento contrario: mettere in una canzone solare dei significati che non per forza devono essere scoperti da tutti.
Ecco arriva il sole tradisce un evidente richiamo ai Beatles, che amo molto; e poi era per dire che ogni 12 ore, più o meno, il sole torna per cui puoi avere tutti i problemi che vuoi ma prima o poi passano e se non passano vuol dire che c’è un’altra soluzione!
Ecco arriva il sole per me era proprio questo significato.
Poi ho fatto questa canzone molto estiva perché abito in Puglia ed è maggio ed è giusto che sia così! Mi andava di renderla accattivante perché è giusto rendere accattivanti le cose, bisogna fare le cose belle.
Anche perché se fai le cose belle arrivi anche a più persone e riesci a far capire loro quello che vorresti dire o comunque a dargli dei messaggi che in altri modi non arriverebbero, no?
Sì, poi a qualcuno arriva, a qualcuno meno ma non fa niente.
Raccontaci anche i progetti umanitari ed ambientalisti in cui sei impegnato; un impegno politico (ma non partitico) molto forte!
Ho sempre sostenuto associazioni che si occupano in maniera particolare di ambiente e salute. E poi Taranto, diciamo se la chiama di per sé! Credo soprattutto che gli artisti debbano per forza avere una generosità d’animo maggiore: se sei un artista devi aver scavato dentro di te, nell’anima, e quindi non puoi non curarti del posto e della gente con cui hai a che fare, sennò non fai arte. C’è una frase di Dostoevskij che mi piace molto che dice “la bellezza salverà il mondo”, che non è prettamente quella estetica che va conservata e salvata -anche se madre natura ha, di per sé, una bellezza estetica-.
I progetti in cui sono impegnato si occupano in particolare della salute per la chiusura delle discariche in Puglia, inoltre faccio parte di un’associazione che si chiama “Surfers against sewage” (letteralmente “surfisti contro l’immondizia”, ndr) e si occupa della salvaguardia delle coste e delle dune del litorale ionico. Facciamo così: teniamo sempre pulito il posto in cui surfiamo e a chi è in spiaggia diciamo dicendo di stare attenti e non lasciare nulla.
Poi ci sono Amnesty ed Emergency che seguo da un po’ di tempo e con cui collaboro nei gruppi di Taranto.
 Hai partecipato anche ad iniziative in favore o organizzate da queste associazioni?
A Milano abbiamo organizzato un’iniziativa di sensibilizzazione e raccolta fondi in collaborazione tra Amnesty International e il Mei; ho partecipato a delle iniziative per il Treno della Memoria,che è il treno che porta i ragazzi delle scuole ad Auschwitz e ad un concerto all all’ex teatro Smeraldo (un teatro chiuso qualche anno fa http://it.wikipedia.org/wiki/Teatro_Smeraldo, ndr), che ora è diventato la sede di Eataly Milano.
Hai partecipato l’anno scorso al concerto del Primo Maggio di Taranto, che esperienza è stata?
È stata un’esperienza bellissima: perché è un concerto nato dal basso, è stato uno schiaffo all’amministrazione della città e a tutti quelli che in questi anni hanno detto che a Taranto non si poteva fare nulla perché non c’erano i fondi.
Anche l’amministrazione vi ha ostacolati?
Sì, faccio parte del comitato liberi e pensanti (quello che organizza il Concerto del Primo Maggio a Taranto, ndr) l’amministrazione non ha contribuito per nulla: c’è uno scontro aperto sulla questione Ilva col comitato; inoltre è un’amministrazione un po’ precaria e mancante sotto tanti punti di vista. Culturalmente, inoltre, non sponsorizza nulla per Taranto che è una città un po’ abbandonata a sé stessa.
Per cui organizzare il concerto con 130’000 persone, è nato tutto davvero dal basso e in modo molto trasparente! È stata una delle esperienze più belle.
Anche a livello umano?
Sia umano che artistico.
Dal punto di vista artistico sicuramente è una bellissima esperienza.
Da quello umano, in realtà sono sempre scettico rispetto a 130’000 persone che fanno i tarantini per un giorno, diciamo che è la cosa più facile, se anche il 10% di loro -quindi 13’000persone- avessero lavorato per la città, l’avrebbero cambiata in un giorno.
Ma vabbè, c’è tempo!
Potreste fare una manifestazione tipo quella dei no expo a Milano così molta gente verrebbe a pulire Taranto!
(Ride) Certo, e pagare 15 black bloc (ridiamo)
Esatto, così faranno i tarantini almeno 2 gg l’anno! (risatone)
Per quanto riguarda i prossimi live, avete già delle date? Quando potremo ascoltarti live qui a Roma?
Ci stiamo pensando, ancora non si sa. Vorremmo fare una presentazione, vediamo…
Stiamo lavorando per le date, stiamo preparando il live, faremo un po’ di cose in giro.
Ci vediamo in giro, allora, ti veniamo a trovare!
Assoutamente!
Giorgia Molinari
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