Di recente, vi ho raccontato il nuovo album di Paolo Pallante (qui) dal titolo Ufficialmente pazzi. In questi giorni, ho avuto il piacere di intervistarlo, scoprite cosa mi ha raccontato!
Andando un po’ indietro nel tempo, raccontaci come nasce la tua grande passione per la musica…
Chi può dirlo…so solo che un giorno ho trovato sotto il letto la chitarra classica di mia sorella e ho pensato che quello potesse essere il mio dizionario paolo-mondo mondo-paolo. Ho cominciato a suonare ed era tutto facile, poi i tasti bianchi e neri tutti gli strumenti che mi capitavano a tiro e non ho più smesso. E’ bello poter pensare che ci si possa esprimere con dei suoni, ma la verità è che bastano anche degli sguardi, un sorriso, una carezza. Viviamo in un mondo fatto di relazioni continue, il che presuppone anche la presenza di forme espressive e di comunicazione. Le mie relazioni e le mie “espressioni” semplicemente comprendono anche la musica e questo mi rende felice e talvolta anche più facilmente comprensibile.
Parliamo di Ufficialmente pazzi, ti confesso che l’ho amato dal primo ascolto. È un lavoro di classe e molto elegante, ne hai curato persino il confezionamento! Con un libretto di 24 pagine illustrate. Come è nato questo disco? Siamo davvero tutti ufficialmente pazzi?
Siamo inseriti in un contesto che ci fa pensare che esistano i pazzi e i normali, i “buoni e i cattivi” (come diceva Bennato) ma poi chi può dire cosa è folle e cosa è normale? Identifichiamo il “normale” con ciò che fa la maggioranza e dunque folle ciò che fa la minoranza. Eppure deve esistere un altro parametro, un altro livello, un’altra coscienza. Io credo che esista una società diversa da questa, una società che non imiti il lusso imparato dalle televisioni e che consideri tempo “utile” e anche “normale” il tempo passato a guardare il cielo. A proposito, grazie per “l’elegante”!
 Ogni brano ha una sua storia, con le proprie idee. C’è un brano che si chiama Sono le parole, si parla appunto dell’importanza delle parole, ti chiedo quindi, come nascono i tuoi testi? Quali sono le fonti della tua ispirazione?
Come diceva Gianni Rodari, io credo nelle parole, nella loro forza di liberazione, non tanto perché tutti siano poeti o scrittori ma perché tutti siano liberi. Le parole di cui parlo nella canzone sono quelle che non abbiamo saputo dire, quello che avremmo voluto avere, quelle che dovevamo dire. Penso che ci siano due tipi di parole: quelle dette e quelle non dette. In ogni caso, con le une o con le altre, dovremo sempre fare i conti. A proposito dei miei testi so che nascono insieme alla canzone, anzi spesso sono loro a guidare la musica da una parte o dall’altra, è il ritmo delle sillabe, la lunghezza delle parole anche il loro senso estetico che mi fa scrivere. Oltre naturalmente al senso di ciò che sto scrivendo. In ogni caso quando una cosa è scritta, per me è scritta. Non modifico praticamente mai quello che scrivo al primo colpo, soprattutto il testo rimane quasi sempre inalterato. L’ultima cosa che arriva è sempre il titolo.
Oltre alla scrittura ti sei occupato in toto della realizzazione del disco, quanto è importante il legame tra parole e musica per te?
Come dicevo, è fondamentale, soprattutto a livello ritmico. Inoltre esiste un legame evidente tra i significati e l’armonia. Curare ogni minimo particolare è un’esigenza che ho sempre avuto e in questo caso mi ha permesso di trovare con precisione il linguaggio che cercavo, le atmosfere di cui avevo bisogno e in definitiva ottenere un disco di cui esser contento io per primo. Ho avuto la fortuna di lavorare con personaggi grandissimi, nella mia carriera e che mi hanno insegnato a fare tante cose oltre al “suonare” E’ così che ho deciso di missare da solo questo album come di scrivere gli arrangiamenti anche di fiati e orchestra. Per questo devo ringraziare i grandi artisti con cui ho lavorato nella mia vita e che con me non hanno fatto mistero dei loro “segreti”.
 L’album conta la partecipazione di diversi musicisti, tra cui anche Alex Britti. Ci sono altri artisti italiani o stranieri che stimi? Qualche nome che magari ha segnato la tua formazione in maniera particolare?
Alex e io siamo amici da almeno vent’anni, da quando ci cucinavamo una cosa al volo mentre ascoltavamo le cassette di Jimmy Whiterspoon parlando di chitarre e spezie da mettere sui piatti. Ho imparato molto da lui e continuo a imparare da tutti i musicisti con cui suono, potrei citarne a decine ma dimenticherei qualcuno così te ne dico uno che non ho mai conosciuto ma che secondo me rappresenta la quint’essenza della musica: Wes Montgomery.
Sei anche un farmacista, e un vegan-artista!  Raccontaci come è nata questa decisione così importante di seguire questo tipo di alimentazione, che diventa senza dubbio una stile di vita.
Vegan-artista è la prima volta che lo sento! …però suona bene.
E’ molto semplice: un giorno mi sono accorto di essere parte di qualcosa che mi faceva orrore, un sistema di sfruttamento, tortura e uccisione di miliardi di esseri viventi che esiste grazie a una bugia coperta dal silenzio e da quello che alcuni chiamano tradizione e cioè che abbiamo bisogno di mangiare carne. Da lì in poi è stato facile e anche bello scoprire altri alimenti (veri alimenti) e dare spazio, soprattutto questo, alla parte più spirituale di me. La nostra dimensione spirituale non è legata al credo o alla religione, non per forza. E’ quella parte che esula dal materiale, che ci fa dire o pensare che una cosa sia giusta o sbagliata, accettabile o no. Io sono antispecista, credo che la vita sia un dono e che tutti gli esseri viventi, dunque con questo dono, abbiano, per “teorema”,diritto a viverla senza che qualcuno, ad esempio un uomo, arrivi a dire che la sua vita è più importante o più degna o più elevata. E’ il motivo per cui non uccido né una zanzara, né il mio vicino di casa.
Quali sono i tuoi progetti adesso? Ti dedicherai ai live? Ci sono date importanti che ci vuoi segnalare?
Il progetto è far camminare questo disco con le sue gambe, accompagnarlo per un po’ e poi vederlo allontanarsi da solo. Certo, farò concerti e un tour in Europa. Sono anche molto felice per il  progetto che sta partendo con un grande musicista italiano: Pino Forastiere. Faremo concerti in duo, chitarre alla mano, sperimentando quello che due amici e due chitarristi possono fare quando si divertono a star sul palco senza fare a gara a chi suona più veloce o ha l’acconciatura migliore.
Un episodio curioso durante un live? 
Sono passati tanti anni…avevo un gruppo negli anni novanta con cui facevamo il verso alle cosiddette “Tribute band”. Sai quei gruppi che fanno l’imitazione perfetta di qualcun altro? In quel periodo si suonava solo se avevi una tribute band e noi facevamo musica nostra, scrivevamo i nostri pezzi. Non ci facevano mai suonare. Così decidemmo di fare un tributo a Springsteen ma, prendendoci gioco di tutti, usavamo i testi del Boss e scrivevamo la musica di sana pianta, come piaceva a noi. Una sorta di rielaborazione del brano, con dei rimandi all’originale ma pesantemente sconvolto. Durante una serata in un club campano, mentre sto cantando la nostra versione di “Born to run”, sale sul palco un ragazzone coi bicipiti di fuori e la fascia in testa con scritto “born in the usa”. Io continuo a suonare, lui si affianca a me e come se mi stesse facendo il coro dice al microfono, per farsi sentire da tutti,: “Appena finisci e scendi dal palco ti ammazzo di botte. Nessuno deve toccare i pezzi del Boss:” Ti puoi immaginare! Ho continuato a suonare per tutta la notte, non finivo più e intanto speravo che se ne andasse. Invece si è ubriacato e quando sono sceso dal palco gli ho mandato un altro bicchiere dal bar e poi sono volato via. Spero che non legga questa intervista, sennò mi ritrova…
 
Simona Bascetta
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