Abbiamo incontrato Michele Campetti, chitarrista degli Intercity, band che ha fondato a Brescia insieme a suo fratello Fabio. Hanno all’attivo già due lavori, “Grand Piano” del 2009 e “Yuhu” del 2012. Stanno ultimando il loro prossimo disco, “Amur”, che uscirà entro l’estate.
Dal 2008, anno in cui è partito il progetto Intercity, avete pubblicato due lavori, “Grand Piano” nel 2009 e “Yuhu” nel 2012. Quali sono le caratteristiche che accomunano questi due dischi e quali invece le differenze.
E’ un percorso naturale di esplorazione che comprende pop, indie, rock, passando per la canzone folk vestita e arricchita. Il primo disco è sicuramente più grezzo, merito anche di Francesco “Burro” Donadello in cabina di regia. Il secondo al contrario, prodotto insieme a Giacomo Fiorenza, è più smaccatamente pop, più “dolce”, sia nella scelta dei suoni che nella scelta dei “singoli”, su tutti “L’Elettricità” e “Smeraldo” (cantata da Anna Viganò).
Le vostre canzoni, sia in “Grand Piano” che in “Yuhu”, sono intrise di malinconia, sia nei testi che nella musica. Cosa rappresenta la malinconia per voi?
Beh, è uno stato della natura umana che ognuno di noi incontra durante la vita. Non è detto che malinconia voglia dire qualcosa di triste o spiacevole, anzi a volte è il momento più intimo e riflessivo che un individuo possa avere e al tempo stesso può rappresentare un momento creativo e progettuale.
Ascoltando i vostri brani, rintraccio i Marlene Kuntz nella costruzione melodica e un pizzico di Baustelle nei temi e nell’uso minimale dell’elettronica negli arrangiamenti. Ci sono band o artisti in particolare a cui vi ispirate?
In realtà riferimenti ben precisi direi di no, quantomeno in Italia. I nostri “genitori”, come abbiamo sempre detto, arrivano dagli anni 80, non tanto per i suoni ma per l’ammirazione provata. Mi riferisco ai Cure e agli Smiths per esempio. In Italia ci sono tanti artisti che stimiamo, tanti gruppi interessanti e i nomi che hai fatto sono sicuramente tra quelli.
Quindi qual è la vostra opinione in merito alla musica italiana contemporanea?
Mi ricollego un po’ alla domanda precedente. Escono decine di dischi ogni mese, chiaramente non possono essere tutti belli, ma esistono progetti interessanti e meritevoli. In generale, oggi è quasi impossibile suscitare l’effetto sorpresa, probabilmente perchè da questo punto di vista la musica ha finito il suo viaggio
Sareste disponibili a partecipare ad un Talent Show?
Diciamo che non è proprio il nostro habitat, non tanto perchè non apprezziamo una visibilità di quel tipo, ma semplicemente perchè saremmo snaturati. Al contrario, se esistesse un reality, dove gli artisti potessero esprimersi a proprio piacimento, parteciperemmo con grande entusiasmo.
State lavorando al prossimo lavoro che si chiamerà “Amur”. Sarà un disco che, seppur differenziandosi, continuerà in qualche modo il “discorso” dei precedenti, oppure sarà qualcosa di totalmente diverso e batterà strade inedite per gli Intercity?
Direi che “Amur” è un disco diverso nella continuità. Prima di tutto perchè abbiamo cambiato compagni di viaggio: a me e mio fratello Fabio si sono uniti Dario Fugagnoli alla batteria, Paolo Mellory al basso e Giulia Mabellini al violino e ci hanno invece salutato Anna Viganò trasferitasi all’Officina della camomilla e Pier Lissignoli, il nostro primo batterista e cofondatore di Intercity. Quindi l’interpretazione data alle nuove canzoni è diversa rispetto al passato. Il violino poi ha fatto tutto il resto. E’ un disco ricchissimo, abbiamo trovato grande sinergia e affiatamento con il nostro produttore, Marco Caldera, che insieme a noi ha confezionato questo disco.
Ad inizio estate rilasceremo il primo video e a settembre lo streaming completo. Manca relativamente poco. Un abbraccio a tutti, Mic.
Fabrizio De Angelis
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