Mario Venuti è indubbiamente uno degli artisti simbolo della Sicilia. La sua carriera si è sempre divisa tra i Denovo, la cui reunion quest’anno ha fatto battere i cuori di moltissimi fan, e la sua carriera solista, che festeggia i suoi primi vent’anni e per cui ha ricevuto un premio speciale al Mei di Faenza. Il 23 settembre è stato pubblicato il suo ultimo lavoro, un particolare concept album dal titolo “Il Tramonto dell’Occidente” (Musica e suoni-Microclima). Si tratta di un percorso musicale in cui l’artista ci accompagna in un viaggio nella notte, nelle tenebre buie della crisi, che parte dal tramonto ed arriva fino all’alba, attraversando le periferie dimenticate delle nostre città, proprio nel momento in cui la notte è più buia. Album scritto insieme a Kaballà e Francesco Bianconi dei Baustelle, che parla poco d’amore e molto di noi, come ci ha anticipato l’artista nella nostra recente intervista. Il disco vanta una copiosa partecipazione di ospiti, ma sicuramente il ruolo di nume tutelare del disco è affidato a Franco Battiato, il quale è presente nel pezzo, a mio avviso, più rappresentativo dell’album.
C’è tanto di Catania in questo disco, dal video “Ventre della città”, girato a Librino, nel cuore della periferia catanese, che rappresenta i tanti quartieri dimenticati d’Italia e dal quale evidentemente l’artista vuole ripartire; non è un caso che subito dopo nella tracklist dell’album ci sia un brano come “Passau ‘a cannalora”, che racconta in una maniera impareggiabile Catania nelle contraddizioni della sua giornata più bella, quella della festa della “Santuzza” (Sant’Agata). Il filo conduttore tra questi due brani è difficile da cogliere per chi non ha mai vissuto la città. E’ soprattutto la periferia a vivere e ad animare quella festa, con una devozione molto particolare e a tratti folkloristica, ben raccontata nel brano in questi passaggi: “Passau a cannalora r’e chiancheri/‘A ficiru abballari sunannu ‘a Maccarena/I carusi ‘mmenzu a fudda s’assucutunu/E i matri ca i vanniunu”. In questo brano forse è racchiuso il momento più intimista dell’album, la preghiera e la fede, la richiesta di aiuto per un mondo e una città migliore. E’ anche la parte dell’album in cui l’artista osa maggiormente. Inserire un pezzo in siciliano, incomprensibile ai più, probabilmente incomprensibile anche se fosse stato scritto in italiano, perchè racconta di avvenimenti così intimamente legati alla città e alla sua festa, è sicuramente un grosso azzardo ed un enorme regalo alla propria terra. Inutile negare che il mercato della musica accetta di buon grado un Rocco Hunt che fa rap in napoletano, ma bandisce il siciliano, come molti altri dialetti. E la Sicilia torna forte nel brano di chiusura, con il palermitano Nicolò Carnesi, la luce, la speranza e il risveglio di una città, di un mondo e forse del torpore della scena giovanile siciliana, che per molto tempo è rimasta silente e che vede in questi giovani autori, come Nicolò, il suo nuovo risveglio.
Questo album l’ho voluto raccontare da siciliana, da catanese, evidenziando quei tratti che potevano sfuggire a chi non ha mai vissuto l’ambiente che ha cullato la nascita di questo disco, che può considerarsi sicuramente uno dei lavori più riusciti dell’artista.
Vi lascio con la  tracklist dell’album, dalla quale potrete scoprire i nomi dei grandi artisti che hanno collaborato alla realizzazione di questo successo: “Il tramonto”; “Ite missa est” (feat. Francesco Bianconi e Giusy Ferreri); I Capolavori di Beethoven” (feat. Franco Battiato); Perché?”; “Ventre della città”; “Passau ‘a cannalora” (feat. Francesco Bianconi e Kaballà); Arabian boys”; “Tutto appare” (feat. Alice); Ciao American Dream” (feat. Robot HAL9900); “Il banco di Disisa”; “L’alba” (feat. Nicolò Carnesi).

Egle Taccia
 
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