Per il popolo di Urbanweek!

Sono nella mia tana, in attesa della telefonata. Non c’è niente di più snervante dell’attesa, specialmente quando chi ti deve chiamare è ‘Fo’ shizzle, ma nizzle’, the nigga in persona. In due parole, Snoop Dogg. Suona il cellulare e, avendo cambiato per l’occasione la suoneria, eccovi “Sippin on gin and juice… my mind on my money & my money on my mind” (da Gin & Juice): «Snoop, it’s me, va bene allora? Vengo?». Un’ora dopo sono al Roosevelt Hotel. Più precisamente al bar, dove vengo informato che c’è un’altra giornalista – Julie, svedese – che deve intervistare il rapper. Parlo col manager di Snoop mentre insieme ci gustiamo la fauna che popola la piscina. La collega ci parla e, dopo aver notato i nostri sguardi assenti, chiude annotando che noi uomini non prestiamo mai attenzione. No? In piscina ci sono dieci donne: tre hanno le tette finte, una ha le unghie colorate arcobaleno, tre sono depilate, un’altra mi sta lumando e due mostrano un magnifico “camel toe” (non sapete cos’è? Non possiamo certo tradurlo…). E poi ditemi che non presto attenzione…

Come Dorothy nel Mago di Oz attraverso saltellando il sentiero dorato fino ad arrivare all’ingresso del bungalow dove trovo due guardie del corpo scolpite come bronzi di Riace che cortesemente, ma con diffidenza – sono bianco – mi invitano all’interno della crib, la tana, di Da Boss. Entro e altre due guardie mi palpeggiano per vedere se “I am packing heat” (se ho con me un’arma da fuoco). L’odore è la prima cosa che mi colpisce: un misto di cioccolata, incenso e salvia bruciata. In un angolo, impossibile non notarla, c’è una bionda lettone alta almeno due metri e mezzo, pazientemente in attesa della fine dell’intervista. Prendo a respirare a pieni polmoni e scorgo lui, Snoop, testa avvolta in un turbante, seduto su un divano di pelle nera circondato da una montagna di chicken wings, ali di pollo, il suo cibo preferito.

Mi dice subito «Ciaooo» in italiano e poi si mette a fischiare il tema di Il buono, il brutto e il cattivo di Morricone. «Yes brother! Lo sai che sono Ai-talian anch’io? La mia famiglia si chiama Vanago, del sud. È anche per questo che amo gli spaghetti western e adoro Clint Eastwood. Per me sono questi i veri gangsta movies, non Il padrino. Così come il vero gangster americano per eccellenza è Johnny Cash. Quando lo ascolto provo emozioni davvero profonde. Le sue esperienze di vita mi hanno aiutato a crescere, ecco perché ho voluto fargli omaggio dedicandogli una track».

Si riferisce a My Medicine, una ballata con tanto di chitarra country contenuta nel suo ultimo album, Ego Trippin. «Non fermarti mai, mai essere soddisfatto, questo è il vero significato della vita», mi dice in tono serio, intento a rollare.

Perché il titolo Ego Trippin?
«Perché mi sono intrippato quando ho permesso ad altra gente, come Jamie Foxx, Charlie Wilson e Pharrell, di collaborare con me e prendere decisioni. Nella vita non ho un ego esasperato, sono rilassatissimo, ma quando sono in studio allora divento un control freak. La mia impronta deve esserci dappertutto, ecco perché i miei credit includono me, me e ancora me. Questo album mi ha portato, musicalmente parlando, in posti dove non ero mai stato prima. Rock, R&B, soul, country, reggae… Sono convinto che la maggior parte della gente che mi segue ascolta musica diversa, perché apre la mente».
E prosegue:
«Mi hanno criticato tanto perché le mie canzoni parlano di sesso e razzismo. Tante delle cose che scrivo e canto sono come i film porno, per un pubblico maturo. Non dobbiamo farle necessariamente sentire ai ragazzini, sono per adulti che capiscono e apprezzano le mie diverse personalità. Il discorso di Barack Obama sul fatto che negli States ci sono problemi di pelle è stato bellissimo. Ma non voglio parlare di politica, perché poi l’attenzione si accentra troppo su di me e non mi lasciano più in pace. Chiunque entri nella stanza ovale farà un lavoro migliore di quello che è stato fatto finora. Penso che Obama sia la persona giusta per fare il lavoro giusto».

Amori veri, cosa ti piace?
«Moglie e figli a parte, amo il football. Alleno e sponsorizzo 250 ghetto kids. È imperativo che imparino a sudare e a lavorare per cercare di realizzare i propri sogni. È importante soprattutto per noi african-american che dobbiamo sempre dimostrare di essere meglio di voi bianchi. Dove sono cresciuto io, se non fai dello sport, finisci per vendere droga. Ecco il perché dell’impegno sportivo».

E Hollywood?
«Dopo aver fatto di tutto nella musica, sono sicuro che riuscirò a portare dei messaggi anche al cinema. Quando fai film hai la possibilità di raggiungere molta più gente, di diversi strati sociali. Con il cinema rendi credibile qualsiasi cosa. Per ora ho un mio reality show, Fatherhood, più altre cose di cui non posso parlare ma che cambieranno la televisione!».

A questo punto siamo tutti rilassati e, mentre divoro del pollo, la vichinga Julie domanda insistentemente a Snoop del suo arresto insieme alla cantante norvegese Mira Craig:
«Mira è una ragazza indipendente e tanti uomini hanno paura di donne così. Io no, a me piace, ecco perché mi sono, diciamo, tenuto ben occupato con lei durante un concerto in Norvegia, prima di venir beccato dalla polizia perché fumavamo».

Mentre la collega cerca di capire il significato di “ben occupato”, m’intrometto e chiedo lumi sulla polizia aereoportuale:
«Gli italiani sono gentili, chiudono un occhio. Ma la migliore è quella olandese: abbiamo fumato insieme in dogana, mentre i peggiori sono gli inglesi, ma non scriverlo, altrimenti son cazzi, anche se io non fumo street weed (erba in commercio, ndr) ma medical marijuana, con tanto di prescrizione».

Julie è sempre più confusa e tutti iniziamo a ridere a crepapelle. Mi siedo vicino a Snoop e lui mi apostrofa con il complimento più bello:
«You white little motherfucker» (piccolo bianco figlio di puttana; ndr).

Sì, sono uno di loro… Proprio come Snoop è uno di noi.

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